Toty Carpentieri
LE STANZE, Questioni di sguardiMolteplici sono le modalità nelle quali si può strutturare una rassegna antologica, e altrettanto molteplici quelle nelle quali la stessa può leggersi, muovendosi dall'aspetto puramente cronologico delle opere ad attenzioni tematiche che, proprio nella loro parzialità, consentono approfondimenti quanto mai essenziali nella comprensione della complessità del lavoro che l'artista ha fatto nel corso di quel, più o meno lungo, periodo oggetto della specifica attenzione critica. A questa premessa obbedisce anche l'articolazione di questa mostra che, sotto il titolo "Le Stanze. Questioni di sguardi", propone i lavori degli ultimi trent'anni, o poco meno, di Giovanni Korallo, uno dei protagonisti della contemporaneità salentina e non solo, a far data da quei mitici anni Sessanta, nei quali la creatività rivendicava non solo il suo diritto all'autonomia dell'espressione, ma avvertiva anche il suo dovere di esistere e di proporsi. E questo, ben oltre le modalità del fare, nel rispetto della pittura e nel suo superamento, nell'emergenza dell'oggetto e nell'intuizione di una interdisciplinarietà tutta da scoprire. Avendo sempre, come regola operativa, una sorta di metodo personale che, a nostro avviso, affondava ed affonda, per quanto riguarda Giovanni Korallo in quel "tempo della catalogazione asettica (merce bianca in contenitori-totem bianchi) di un periodo ormai trascorso" di cui scrivevamo nel marzo millenovecentosettantasei in occasione della sua personale al "Centrarle Falanto" di Brindisi legata ad un chiaro ritorno alla pittura e alla figurazione. E proprio tutt'intorno all'immagine dipinta nasce e si svela quest'evento che nel Castello di Carlo V trova il luogo fisico del suo manifestarsi, rappresentando passioni ed emozioni, oltre che storie ed intersezioni nel segno eterno della donna, da leggersi come musa ispiratrice, pretesto, fisicità e sogno, e consentendo al critico, più partigiano che mai, di condividere i pensieri e la creatività, lasciandosi coinvolgere in questo particolare viaggio nel tempo e nello spazio, tra parole, suoni e immagini. Ci piace, allora, partire dal termine stanze, e da quel suo rinviare da una parte all'urbinate, e quindi a Dzyan, oltre che all'amico degli specchi, e dall'altra al sommo poeta. Che, nella Vita Nova, modula "Donne voi ch'avete intelletto d'amore" costruendo una canzone -composta da cinque stanze (tante quante le sale del percorso espositivo di questa mostra nel Castello) di endecasillabi, ciascuna delle quali avente lo schema ABBC, ABBC, CDD, CEE e quindi quattordici versi (lo stesso numero di opere presenti in ognuna delle cinque sale) - nella quale l'autore confessa alle donne "i' vo' con voi de la mia donna dire ... per isfogar la mente".
Chiarita la costruzione della mostra nell’intersecarsi di parole, numeri ed alchimie, e assodata la centralità della figura femminile -indagata e come sottoposta ad un infinito regesto (ma quante sono le facce di una donna?)- nella complessa ed articolata creatività dell'artista, appare quanto mai fondamentale rendere manifesto l’itinerario di lettura di questa antologica, nella quale tatto può e/o potrebbe spostarsi, modificando persino il percorso espositivo ogni cinque o quattordici giorni, partendo dall'impatto non del tutto felice che l'artista (e non solo lui) ha con quanto ci circonda, per poi muoversi verso il privato, manifestando gii umori e gii amori (nel segno della donna) e sollecitandone la condivisione, fino al recupero di una visione positiva e serena dell'essere.
Partiamo, allora, da "Contemporanea", una sorta di impietoso spaccato metropolitano, palcoscenico dì quella violenza manifesta o quanto mai sottile e perversa che va ben oltre la mano (anche infantile) che impugna la pistola, che sovente gioca a rimpiattino con se stessa, e che da una figurazione di chiara memoria espressionista perviene a successive contaminazioni, tra riporti fotografici, segni e allusive cromie, per poi passare a "Strettamente personale" dove la pittura si palesa dalla parte della storia e delle scelte operate dall'artista, che nelle immagini riporta emblematici riferimenti privati, rammentando talvolta il pictor optimus in quel viso che guarda sorpreso la coppia, e ancora dipingendo svolazzanti e chagalliani veli nuziali, sonori concerti all'aperto e uomini con un copricapo alla Peynet. Ma è la terza stanza a rappresentare uno snodo centrale dell'intero itinerario visivo, offrendo la chiave di lettura della mostra con quel suo cantar peana a "Le regine perdute" personaggi assoluti nella creatività dell'artista, e qui ritratte secondo raffigurazioni avite che, evocando manieri d'altri tempi, riconfermano il loro status regale, con i capelli a mò di nuvole su fondali dorati. Siamo all'esibizione di una sana e manifesta femminilità che rimanda alle pomone martiniane, tra citazioni e riferimenti che giungono alla contemporaneità dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità. Neil'approdare poi nell'altra stanza, è ancora la regina, forse non più tale, a tener banco, nella scoperta e ri-scoperta di quanto possano significare e a quanto possano alludere le "Calze nere", in un gioco di verità e menzogne scandito nella direzione dei sensi, tra desideri inconfessabili legati a quel femminile plurale che si cela (ma, fino a quando poi?) in ogni donna. Oggetto e soggetto di tanta pittura di Giovanni Korallo, tra i bagni ritrovati di un Ingres fotografato e poi dipinto, nell’intimità spiata di coppie talvolta e perfino improbabili, nell'esplicita aggressività massmediatica di Marilyn icona e feticcio contemporaneo, nella memoria di un lupanare, tra affreschi e ombre fuggitive, abbracci e suonate da camera, e nudi esibiti sotto lo sguardo severo di Frida.
"Il cielo in una stanza", nel chiaro rimando ad una precisa e positiva immagine femminile al tempo medesimo singolare e plurale, completa infine il percorso e celebra il trionfo di una beltà che si manifesta impudica ma senza malizia, immergendola in metafisiche e surreali piscine contemporanee, coinvolgendola in curve impossibili su multiple altalene e in esercizi d'alta equitazione, e rendendola disponibile a quel caldo e solare abbraccio marino che diviene felice rapporto con se stessi e quindi estrema serenità del vivere. Come se tutto fosse un gioco e conferendo ad esso non il fine ultimo cui tendere, ma la dimensione di una modalità del vivere. E non è forse a questo che alludono e si riferiscono quelle infinite figure realizzate in bella pittura, presenti talvolta come comparse talaltra nel ruolo di assoluti protagonisti e tutte in posa per una sorta di fotografia di gruppo, tra arredi e addobbi al limite dell'iperrealismo?
In quel continuo ballare che è la vita, tango dopo tango (nulla di più femminile e più sensuale, dolce e violento, soffice e spigoloso) e stanza dopo stanza, i personaggi di Giovanni Korallo, tra altrettanto precisi e leggibili riferimenti di vaga matrice hopperiana, ci parlano anche di valori forse dimenticati, sollecitando nuovi sguardi e nuovi percorsi in altre stanze tutte da scoprire.


