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Umberto Cerroni

Prenderei Giovanni Corallo ad esempio di come la nostra realtà possa fare da punto di riferimento senza essere mitizzata e di come, per converso, il mito possa essere disintegrato o almeno svelato dal confronto ironico con la realtà che lo sottende. La pittura fa di questi miracoli, che poi miracoli non sono affatto, ma buona pittura. C'é innanzi tutto in Corallo una palese, ricca e persino sontuosa presenza della classicità, con tutto ciò che essa vuol dire in Italia: riferimenti storici, delicatezza del segno, finezza del ritratto, dovizia del colore, ambientazione prospettica. Ma questa classicità è ben altro che pura memoria e maestria, artigianale ricordo di scuola. Diviene subito mezzo creativo e strumento critico che denuncia la fatuità dell'imitazione, il ridicolo dell'impiego dogmatico della tradizione. Così il reale viene rappresentato con profonda critica alle sue stesse esagerazioni . Prendete l'immagine della donna. Corallo la presenta sempre immettendola nella galleria delle figure classiche più dotate. Ma nella sontuosità dei sensi e. delle vesti basta una piccola pioggia di frutti, un ricamo sovrabbondante della veste, un volo di capelli - e cioé un tratto surreale - per svelare con leggera ma efficace ironia, la vicenda reale e quotidiana che sta dietro all'immagine imponente dell'Eterno Femminino. Allora la regina diventa una regina perduta. Perduta ma non negata; perduta ma non annichilita. Se ne denuncia la perdita, anzi, perché è proprio andata via dalla memoria corrente che intendeva irretirla e bloccarla. Proprio uscendo dalla galleria fastosa in cui la si voleva confinare, invece, essa invoca un ritorno plausibile, decente, adeguato. Il ragionamento conclude nel recupero proprio rifiutando le trappole di scuola. Il gonfiore enfatico dell'abbondanza retorica - per Corallo - non ha bisogno di deformazione ulteriore: è sufficiente ricostruirlo con i suoi veri orpelli; con i suoi precisi riti, le sue decorazioni e metterlo, semmai, a fronte di un nudo. Il cerimoniale fittizio e artificioso salta via d'un tratto come una crosta superflua non appena si accenna una possibilità di intendere realisticamente il mondo. D'altra parte le figure restano fisse e stravolte nelle loro facce stereotipate se un piccolo alito di sogno si affaccia a sorpresa. Lo stupore di una realtà troppo gonfiata si gela se le grasse figure alla Botero si incontrano con i venti sovvertitori della fantasia di uno Chagall. Diventa allora, forse, difficile capire dove sta davvero il reale e dove il surreale, in quale regione della nostra vita abita veramente l'assurdo. Ma tant'è: l'assurdo abita il quotidiano ed è, nei quadri di Corallo, ben altro che un horror relegato in un disegno lontano dalla vita. Mutua i suoi spaventi dal sorriso di ognuno, svolge le sue avventure nelle cerimonie d'ogni giorno. SI fissa d'un tratto su una luna prendibile da chiunque ami, come diceva Dylan Thomas, "camminare fra gli alberi non essendo che uomo". Allora basta la seriosità di un austero carabiniere a ricordare il contesto o l'occhio compiacente di un cavallo a svestire la sessualità addobbata dalle nostre formalistiche cerimonie nuziali. Viviamo, con Corallo, in un mondo stranissimo che assomiglia, in profondità, a quello nel quale abitiamo e che non sempre ricordiamo. Di fatto. la memoria si apparta e vien meno quando non la mettiamo in cortocircuito con il nostro presente. E quando il contatto è stabilito, poi, può darsi che la città degli uomini prenda sembianza della città delle donne, che Corallo modella come un castello a molti piani. Incomincia da una mela sotto un divano e sale, senza smettere i panni d'obbligo della nostra rispettabile società, verso rarefatti sogni d'amore nascosti in una capigliatura a coda di cometa. Nascono così, più in alto ma sempre nell'al di qua, persino grandi castelli in aria. L'irruzione del sogno, nei quadri di Corallo, non contrasta mai in maniera frontale la consistenza della vita reale. Il sogno - se è davvero tale - si insedia in essa palesemente quasi senza scontrarsi con le dimensioni vere, delle quali non fa che svelare il risvolto. Il sogno fa da specchio ma stando dentro uno specchio reale della quotidianità. Così, anche in un interno domestico e normale è sempre pronta una scala per chi vuol guardare la vita di coppia dall'alto di un albero che la sa lunga. Il grottesco, allora, si mette sottobraccio alla più formalistica convenzione e insieme vanno maliziosamente in cerca di un credo. Quale altro più rapido ed efficace modo potrebbe esserci di cercare il senso della vita nella nostra tumultuosa giornata? La signora si siede in poltrona, sussiegosa nelle sue poppe gonfie, e si trova d'un tratto a misurare sul televisore il suo volto con quello di Marylin. Qui la coda-cometa dei capelli si drizza non si sa bene se nella illusione o nel dispetto. Nella fiction dei mass media che invade sempre di più la nostra giornata riusciamo forse a credere di essere persino ciò che vorremmo essere. E il pittore non solo ce lo dice, ma ce lo fa vedere. I quadri di Corallo sviluppano un serrato dialogo tra serio e faceto con i loro stessi personaggi: fuma, fuma. signora; suona, suona, musicante, abbiamo capito chi siete! L'umor grottesco di Corallo ci rivela con finezza le forme vere della realtà anche se non ci ha detto sfacciatamente quanta tristezza sia possibile produrre fra le pieghe dell'abbondanza. E perché doveva? Ci invita a scovarla e a sorvegliare il nostro progresso. spesso debordante oltre misura verso sponde razionalmente incontrollate, sulle quali ogni tanto si sfascia.
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