Il costrutto della memoria è giocato nel labirinto delle personali ricerche iconografiche, arricchite di un affabulante e fantastico modo di vedere più che le cose, il cuore di esse, la loro anima bizzarra, la loro capacità di metamorfosare e raggiungere, quindi, il ruolo di simbolo, ora vestito di metafisici sapori, ora, esaltandolo attraverso la tendenziale ricerca di una classicità interiore. Giovanni Corallo vuol raccontare tutto questo con le sue "Regine Perdute". Lo sguardo della donna, sia essa regina sia essa madonna, in ogni caso è vivo nella sua ambiguità: nella malizia e nel canto erotico o ancora lungo la sua interiore e favolistica rimembranza di un passato infantile ed extracorporeo che esalta le qualità medianico-evocative che le "Regine" di Corallo posseggono ancestralmente. Eppure dalle ricerche condotte fin dagli anni '60, attraverso studi che mescolavano i termini linguistici con quelli schiettamente pittorico-grafici, dalla ricerca di materiali singlossici, all'azione di laboratorio e da quella suggestione ai problemi che furono cari all'avanguardia, Giovanni Corallo ne trattiene l'atmosfera primordiale. Egli stesso dichiara di ricordare con piacere il suo "entusiasmo giovanile per le avanguardie e i lunghi dialoghi notturni con uno stretto gruppo di amici e la conoscenza di personaggi come Eugenio Miccini e Marcello Venturoli che tanto hanno influito sulla formazione artistica". Una formazione che si consolida in Corallo verso una direzione che solo apparentemente (o almeno nei terreni tecnici) si allontana da certe sperimentazioni. Nella sensibilità dell'artista di Lecce, tra l'altro raffinato insegnante, si stratificano le lezioni sulla pittura rinascimentale e soprattutto riferimenti e suggestioni che vanno da quella cultura favolistica simbolico-surreale di uno Chagall sino alla ridondante e barocca espressività di un Tono Zancanaro, non tralasciando, in alcune "nuance" operative, suggerimenti metafisici tanto cari alla cultura di De Chirico. E non sono, tra l'altro, lontani gli echi di una disposizione cromatica ambientale che ci ricordano la decorazione indiana o ancora quella ricchezza pigmentaria che si muove con una certa sapienza tra modelli arcaicizzanti delle figure e moduli a carattere astratto. La donna è per Corallo vero e proprio labirinto della memoria, la sua malinconica bellezza non è altro che un simbolo della propria corrosiva inquietudine. Il tempio dei suoi sogni, si veste di tramonti infuocati o di nature morte che illuminano il cielo dell'assenza. Questo discorso dell'artista leccese vive di "quelle tesi antropocentriche esistenziali" già accennate da Bruno Leo, soprattutto, nel rapporto che si stabilisce tra materia pittorica e segno, una sinergica interdipendenza, dove, all'ambiguità si contrappone l'esistenzialità. Questa esistenzialità o questo modo di essere elemento vivo della natura umana, dimensione del desiderio, Corallo tenta di raggiungere attraverso gli inerpicati sguardi delle sue "Regine", fissi nel vuoto accattivante di un crepuscolo.