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Ilderosa Laudisa

Si leva il sipario, si va ad incominciare. In cartellone stasera, ancora una volta, è la "commedia umana". I personaggi attori sulla scena colma di oggetti sono tutti a loro posto; d'improvviso una luce violenta li illumina per una foto-ricordo. Ma prima dell'azione scenica le luci si spengono e cala il sipario. Si appronta subito un altro diorama. Giovanni Corallo, regista scenografo e costumista, con rigorosa attenzione per i dettagli ha disposto sul palcoscenico i suoi personaggi per raccontare una e mille storie, senza Storia. I suoi dipinti, infatti, suscitano immediatamente un forte senso di teatralità. Come un burattinaio, ora bonario ed ironico ora accorato e pensoso, stipa nel quadro personaggi, animali e cose, riconducibili tutti ad una presenza quasi oggettuale. E ciò rende surreali e quasi spettrali le sue pur opulente, maliarde o autoritarie figure. A questo brulichio di presenze che ingombrano le composizioni, quasi metafora del troppo evidente e del troppo raccontato nel ciarliero quotidiano, si contrappone la fissità dei gesti dei personaggi, come cristallizzati in una inquietante sospensione. Ne scaturisce un'atmosfera di magica tensione. L'ironia di fondo, con cui sono messi a nudo i rituali sociali, che celebrano l'affermarsi ed il morire dei miti e che codificano comportamenti e ruoli nella quotidianità, non esclude però un'intensa ed amara partecipazione dell'autore. Constata, infatti, come pur nei travestimenti dettati dall'effimero, l'essenza di certi rituali sia eterna esigenza. Ed è perciò che i suoi personaggi, pur contemporanei, hanno il fascino dell'archetipo, che affonda le proprie radici nella commedia dell'arte od ancor più indietro nel teatro plautino. Ma dietro le maschere topiche si cela una realtà altra: il vero, infatti, non è nell'immagine della realtà, ma oltre. E come nel ritratto di Dorian Gray lo specchio rivela ciò che è nascosto, nei due dipinti "Nel segno dei Gemelli", esso rivela alla madre/sposa la prostituta, che è in sé, e viceversa. Ma non sempre è necessario uno specchio per "tradire" quanto è sommerso; il mascheramento per quanto attento e vigile non riesce a contenere la pressione della verità né il senso della vacuità delle convenzioni borghesi. E appunto si concentra l'attenzione sulla borghesia e sui suoi invadenti orpelli. Tappeti, divani, tappezzerie, quadri ed oggetti vari ricoprono e rendono asfittici gli interni domestici, mentre monili, stoffe preziose, guanti, medaglie ed altro ancora addobbano i corpi. Il pensiero ed il sogno di questi esseri scorrono via etere e durano nel tempo quanto l'immagine in tivù. Nel villaggio globale il televisore costruisce e disintegra rapidamente le sue "finzioni", solo la memoria e la coscienza della realtà consentono di denudarne i meccanismi. Dalla memoria come strumento cognitivo del reale il passo verso la memoria storica è irrinunciabile. Il processo di accumulazione fino al sovrabbondante non si manifesta perciò solo nella quotidianità, ma anche nell'affastellarsi di immagini ormai mitiche e museificate. Come i personaggi topici di certi ruoli sociali nascondono altro da sé dietro le apparenze, anche le citazioni di opere di iconografie e di linguaggi artistici celebri, divengono altro. Proprio perché, come ha detto De Kooning "tutti noi fondiamo il nostro lavoro su quadri nelle cui idee non crediamo più", Corallo vuol verificare le fondamenta del fare artistico attuale, mettendolo a confronto con il bagaglio mitico della memoria storica. Le mutate coordinate conducono ad uno spaesamento ambiguo. Il desiderio di ripercorrere sul filo della memoria la magia di alcuni capolavori, si scontra con l'impossibilità di aderirvi. E come nei sogni il riferimento alla realtà si traveste di simboli, che si combinano o si sovrappongono, così queste citazioni sono contaminate; le immagini originarie divengono, quindi, qualcos'altro. Dietro al neoclassicismo di certi impianti prospettici e della frontalità iconica, si manifesta un profondo anticlassicismo. Le scacchiere dei pavimenti divengono piani pericolosamente inclinati o persino, come nella "Regina con frutta", abito optical. Il romantico ed aereo fluttuare di certe figure di Chagall diviene nelle sue citazioni grottesca massa di forme che gravano sul sofà. Ma ogni volta la citazione assume valenze diverse, si va, infatti, dal "recupero", quasi con fare archeologico, di un'iconografia rinascimentale sacra per connotarla di significato mondano alla citazione più diretta, ma non per questo meno straniante del quadro nel quadro. Fra le numerose figure impietrite, spersonalizzate e grottesche anche nel loro erotismo volgare, si fanno varco alcune figure femminili, sensuali come felini, talvolta maliziose od assorte. Nella complessa ambiguità dei simboli queste donne, rapite in pensieri e sogni intimi, sono forse le muse ispiratrici del "nuotatore", che spesso attraversa il campo superiore del dipinto. Una distesa d'acqua, paesaggi dechirichiani o sironiani costellano al di là della linea d'orizzonte questo "cielo di aspirazioni frustrate, di spazi impraticabili. Dietro l'apparente semplicità anti-intellettualistica del racconto si celano complessi riferimenti in un continuo rinvio e ribaltamento dei significati. Anche l'assoluta fedeltà ai valori della pittura rappresenta un contraltare dissacrante, con cui Corallo impagina e costruisce le immagini. E come nel trattare variamente la materia cromatica (dalle levigatezze dei volumi à plat fino alle modulazioni arabescate o seriche del colore) si lascia andare al piacere della materia stessa e del fare artistico, così nella sua analisi critica della società lascia il varco alla bellezza. Perciò la citazione della "Venere allo specchio" di Velasquez provoca quasi un momento di struggente malinconia, un "istante" di grande intensità nello specchio sinistramente deformante della società consumistica. Non stupisce perciò che un pittore con ascendenze dal pop inglese sogni di essere invitato "A cena in casa del Sivigliano", il padre del quadro nel quadro
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