Francesco Pasca
Korallo tra la dimora del suo "castello dei destini incrociati".La Lecce degli inizi degli anni sessanta, per chi scrive e per chi come me ha avuto la fortuna di attraversarne quel periodo dimorando a Lecce e non altrove, vedeva un drappello di indomiti che andavano annusando quanto di meglio c'era in quel periodo nel fare Arte.
Ricordo che si era nell'eterna sfida, con noi stessi e tra noi stessi, tra quanto accadeva nel Liceo Artistico, dominato dalla scuola napoletana ed allora con pochissimi allievi, e l'Istituto d'Arte "Giuseppe Pellegrino", monumento artistico nel panorama Cittadino e Salentino, che vantava e tuttora vanta nomi ancora oggi di sicuro riferimento.
Ne cito a memoria alcuni: Antonio Bortone, Geremia Re, Raffaele Giurgola, Michele Palumbo, Antonio D'Andrea, Mino Delle Site, Aldo Calò. Naturalmente ai citati se ne potrebbero aggiunte tanti altri ma, trattandosi non di una storia dell'arte cittadina ma del mio amico Korallo, rimango nel suo ambito. Sempre di quella sfida, ricordo le interminabili serate tutte o "quasi" dedicate a parlare dell'importanza da dare alla fantasia o alla tecnica, all’improvvisazione-emozione o alla ragione e quanto in quell'improvvisazione o di quella emozione si potesse andare a ritrovare sempre e comunque una ragione.
In alto l'Accademia delle Belle Arti, con la guida di Raffaele Spizzico, anch'essa con pochissimi allievi, deteneva il ruolo di garante di quella cultura che si andava via via costruendo in quegli anni.
In quello sparuto drappello, nel 1964, faceva irruzione anche Giovanni Corallo. La sua adesione, immediata e corale, al prisma Gruppo, di tendenza pop neodadà, ne fece letteralmente sobbalzare i delicati equilibri che si voleva che andassero segnati e stabilizzati, e, sempre per non dimenticarne nessuno anche perché, ripeto, del mio amico Giovanni, mi limiterò a dare testimonianza, mi scuso con tutti gli altri.
Il percorso dagli inizi alla fine degli anni '60, fu "breve" per quell'intensità propositiva che si consumava con stessa velocità di un prodotto. L'usa e getta, il tutto e subito, l'underground, l'happening come forma liberatrice, i cui elementi alogici e la stessa azione, proprio perché privi di ogni precostituita scenicità dava opportunità di costruzioni libere e non manipolabili, diventò il rispecchiamento di quell'epoca, della nostra maturità. Da quella forma così convulsa ed apparentemente superficiale andavano ad affiorare nuove esperienze. Siamo negli anni '70, dove l'amico Giovanni, conosce Eugenio Miccini, fiorentino ed attuatore, fondatore di Thecne, una rivista "rivoluzionaria" ed autogestita, che s'accompagnava alla poesia visiva. Da qui la svolta. La pittura, la sua pittura, entra a far parte della schiera degli operatori visivi, dei poeti. Contemporaneamente, sempre altrettanti indomiti, fra cui il Nostro, davano vita al Centro Culturale Gramma pubblicando periodicamente l'omonima rivista di Eso Editoria.
Negli anni '80 entra a far parte delle idee promulgate dal manifesto di Rossana Apicella nel nucleo Singlossie ed inizia o meglio continua a frequentare molti laboratori di poesia visiva tra i quali quello di Novoli, gestito da Enzo Miglietta.
Negli anni '80 conosce Marcello Venturoli e la transavanguardia.
Gli anni successivi al 1985, sono gli anni della crisi di quello sparuto drappello di indomiti e dello stesso nostro Giovanni. In particolare, Giovanni, è sempre ed è comunque disposto a non farsi soggiogare dagli eventi, ne sente le discrepanze, e le riutilizza con maggiore forza ed espressività. I mezzi tecnico-espressivi diventano le ulteriori riflessioni. La macchia fotografica, la cinepresa, mai messe da parte, ma costantemente supporto di un'ulteriore visione, vengo riutilizzate anche per indagini più complesse, psicologiche. Si fa fotografare e si fotografa, trae corti e lungo metraggi sugli oggetti, sui colorì, su quanto è a lui possibile indagare per Esperimentare. " 25 mq. Di follia" e "schizzo" diventano gli sguardi ancora oggi presenti nei lavori. La pittura in tutto questo lo accompagna, ma non come mezzo predefinito ed unico, bensì come supporto capace di rimediare agli scompensi inevitabili del suo fare, (mi riferisco alle argute ironie presenti nei lavori). Poi, "blasfeme" singlossie con la cartapesta di "in-fedeli". La mostra di questi giorni presso il Castello di Carlo V, per chi ha conosciuto Giovanni Corallo, è tutto questo. Cioè, la capacità di un dialogo costante anche quando non si ravvisano più quelle iterazioni che nel passato scatenavano quegli eventi.
Il ritorno alla pittura, contrariamente a quanto premesso non vuol dire per il Nostro rinnegare un passato. Lo sprovveduto potrebbe ravvisare il nostalgico. Giovanni con quest'ultima operazione, quasi un rivisitare se stesso, paradossalmente ritorna nel suo passato poetico e lo indaga sulla scia di un grande narratore di nome Italo Calvino. Chi ha letto "il castello dei destini incrociati" ritrova i Tarocchi miniati da Bonifacio Bembo. Giovanni Corallo presta ancora una volta la sua capacità narrativa, quella del suo figurativo, a chi può far venire la voglia di ricostruire nuove storie sempre diversificate così come descritte da Calvino, direi che lui stesso gliele suggerisce sottovoce ed in quel bisbiglio, il Nostro reinterpreta, diversifica, diventa voce narrante di se stesso.
In questa mostra, troviamo disegnati i suoi Tarocchi, Tarocchi diversi dai normali mazzi carte, sono i Tarocchi delle sue fantasie gonfiate a dismisura con i colori e con i racconti, che oggi chiamo ed è giusto chiamare di Giovanni Corallo con i nomi: Diane, la confusione, Regina perduta, lo e la luna, Sognatrice 1,2,3, la grande abbuffata, Omaggio, Notturno, Pietà, Il bene, il male, donna con frutta, sposi e poi tante altre figure ancora. La carta, le carte dei suoi Tarocchi sono le donne. Il gioco è liberatorio in altrettante stanze-circostanze da lui visitate nonché storie del suo Castello. Nelle sue figure racconti, possiamo andare a ritrovare tutto questo come - la nuova visione di Korallo. Anche la stravaganza di chiamarsi con la K, retaggio sessantottino, anche altri suoi amici di quel drappello la usano. E' testimonianza di radici profonde. Così come, non può che essere l'ulteriore testimonianza di quel suo passato e "tuttora" del suo presente, quando va a costruire con i rifiuti della nostra "civiltà" i fiori di plastica sulla sabbia delle nostre marine.
Toti Carpentieri, subito, da attento osservatore e critico, lo insegue in quella sua stravagante avventura e la traccia con la stessa perspicacia di quei significati-significanti dei fiori di plastica del nostro Korallo.
La Città di Lecce dovrebbe essere più accorta ed andare a ritrovare tra le mura del Suo "castello dei destini incrociati", la storia di questo racconto di quasi un cinquantennio.
Personalmente,oggi, ringrazio Giovanni.


